Quel cenno di intesa

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“Qui esiste una sorta di “abitudine”, fra gli stranieri residenti, qualcosa che può sfuggire ad una prima occhiata ma è destinato ad emergere chiaramente col passare del tempo. ”
Post pubblicato anche sul blog Colorful (カラフル) ~ il blog di Daniela in Giappone

Come state?

Oggi vorrei parlarvi di un aspetto della vita in un paese come il Giappone che non molti conoscono.
Qui esiste una sorta di “abitudine”, fra gli stranieri residenti, qualcosa che può sfuggire ad una prima occhiata ma è destinato ad emergere chiaramente col passare del tempo.



Di cosa si tratta?

In pratica, succede quasi sempre nello stesso modo: uno straniero incontra un altro straniero in mezzo alla folla. I due non si conoscono, e probabilmente non si incontreranno di nuovo, ma non appena si incontrano si scambiano un cenno. 

Un piccolo cenno del capo, un inchino a malapena accennato, che si esaurisce nell’arco di un battito di ciglia e non comporta nessun altro tipo di impegno.
La risposta poi non è molto diversa, un sorriso oppure un altro cenno del capo.
All’improvviso, alcuni stranieri entrano in contatto per pochi secondi, si scambiano un cenno di intesa e si allontanano. 



La prima volta che mi è capitato ero a Osaka, e pensando alla quantità di persone che popolano abitualmente la città quel gesto così inaspettato mi aveva sorpresa, e emozionata. Avevo passato il resto della giornata continuando a chiedermi se conoscevo l’altra persona oppure no.


Poi era successo di nuovo, tante volte, e allora mi ero resa conto che si trattava di qualcosa di più di una semplice coincidenza.

Gli stranieri in Giappone si riconoscono immediatamente, e non parlo soltanto di una semplice differenza morfologica: pur essendo coinvolti nella vita quotidiana, e quindi immersi nei loro pensieri, mantengono comunque uno sguardo distaccato. 
Osservano il mondo da una sorta di oblò, rappresentato da esperienze e conoscenze differenti, e che permette loro di mantenere una “velocità” diversa da quella delle altre persone che hanno intorno. 


E, se capita che due stranieri si incontrino, senza pensarci si scambiano un saluto…

Ma perché?


In fin dei conti ci sono persone che li trovano anche piuttosto inopportuni… Una mia amica finlandese mi diceva sempre che queste cose le facevano paura.

Da un certo punto di vista posso comprendere il loro pensiero. Dopo esserci abituati al mondo “asettico” giapponese, composto da persone troppo impegnate per badare a chi sta intorno, non ci si aspetta assolutamente di ricevere un qualsiasi cenno da qualcuno. E quando succede diventa un momento “sconvolgente”. 



Per me, al contrario, questi momenti sono belli e necessari. 
Ogni volta che uno sconosciuto mi saluta con un cenno del capo, ricordo che il mondo è grande e pieno di persone con cui posso entrare in contatto. 

Per darvi un’idea: quando sono tornata in Sardegna per le vacanze estive, mi è capitato di raccontare la situazione in cui vivo qui in Giappone, e la mancanza di persone con cui parlare che riscontro qui dove abito.
La risposta è stata: “certo che per te deve essere difficile…”


Vivo in Giappone da nove anni ormai, e non ho mai avuto niente da eccepire nonostante qualche piccolo contrattempo lungo la via.
Ho cominciato questa avventura con la consapevolezza di non sapere tante cose, e con la volontà di imparare. Quindi non ero particolarmente prevenuta. 
Però mi sono resa conto di una cosa… 


I giapponesi non amano mettersi in mostra, far vedere quello che pensano o dare un parere per primi. Quindi non sono dei grandi amanti del dialogo. Se capita di parlare con un giapponese, spesso e volentieri non si va oltre un discorso generico. Va pur sempre bene, ma in certi casi si desidera qualcosa di più.

Insomma, nessun problema nel vivere in questo paese, ma ho capito che devo trovare un modo di canalizzare tutta questa mia voglia di dialogo. Non ho ancora trovato una soluzione infallibile, ma ho deciso di non stare ferma a guardare quello che succede: cerco di partecipare a ricerche di mercato, a eventi pubblici, e di non fermarmi troppo a riflettere.
E magari cercherò di cominciare qualcosa di grande, vedremo che ne verrà fuori, mentre sorriderò per i prossimi cenni di saluto che arriveranno da altri sconosciuti.

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Sii un pesce

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“Com’è possibile che ancora non ci siano asili, o scuole, aperti abbastanza a lungo da permettere alle mamme che lavorano full-time di non dover ricorrere ad aiuti extra? Come mai i miei figli sono gli ultimi già da un bel po’ quando li vado a prendere alle 17?”

Vi ritrovate anche voi nella stessa situazione della nostra Cecilia Austria? Ebbene si, siamo tutti nella stessa barca ahimè!
Leggete qua … mammitudine.

Collanine per tutte le occasioni

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La mia amica Renata mi aveva fornito delle pietre bucate da capo a capo chiedendomi di ricreare una collanina che lei aveva rotto tempo fa.
I forellini delle pietre erano così sottili che l’unica soluzione che avevo trovato era un fil di ferro molto sottile. Il cotone non reggeva il peso delle pietre.
La collana sembrava fatta. A posto.
Ma Renata la indossa una volta e ci gioca, tirandola, come facciamo tutti (o almeno, io lo faccio con qualsiasi cosa indosso), mentre siamo al lavoro e …trac…il filo sottile sottile si spezza.

Riproviamoci: io non mi arrendo, sono testarda.

Ci vorrebbe un cordoncino elastico. Ma quelli che trovo sono troppo grossi, e gli elastici da soli non vanno bene per le collane, se i capelli ci si incastrano, è un gran dolore, ci voglioni i fili elastici ricoperti di tessuto. Tutti, decisamente troppo grossi per le pietre di Renata.

Poi incontro in un negozio di crafing, degli elastici sottili sottili, ricoperti da tessuto, ma corti, cortissimi. Sono fatti per fare gli anelli con le perline. Maledizione! Perché non vendono le bobine? No, invece, solo corti corti, quello che serve per fare il giro del dito di una bimba…

E qui l’idea : ne unsico più insieme, ma come? I nodi non passano per i fori delle pietre. Non di quelle pietre. Quindi incastro a ogni nodo una pietra ovale verde, che ha il diametro esatto per incastrarsi sopra il nodo…Ora cosa succede, la collana si allunga, ci si puo’ giocare con un dito mentre si discute, o mentre si pensa, le pelline verdi non si smuovono e non solo nascondono il nodo ma lo assicurano, incastrato come è, e lui non si scioglie.

Secondo tentativo. Pare essere andato a buon fine.

Avete altri suggerimenti per la riparazione di collanine e bracciali?

(Marta Olanda)

Una donna, un serpente o uno stregone.

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“Precious è cresciuta in un villaggio rurale, nella feroce natura africana, dove le nonne bisbigliano storie magiche mentre cucinano all’aperto e il fuoco scoppietta. Dove i bambini vengono divorati dai coccodrilli del fiume e gli stregoni appaiono al limitare del villaggio quando c’è bisogno di loro.”

No, non è l’inizio di una storia, ma un racconto della nostra Vera Botswana che ci racconta della sua Precious.
Se siete curiosi leggete un po’ qua:
ragniserpentiscorpioniezanzare

Poldark – serie tv

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Ci sono momenti, nella vita all’estero, in cui si sente la necessità di una pausa.
Le persone possono organizzarsi in tanti modi, in base alla loro convenienza del momento, ma per me il modo migliore per ricaricare le batterie è quello di fermarsi sul divano, a guardare qualcosa di bello in televisione.
Ora, con tutto l’amore che porto a questo paese, guardare qualcosa di impegnativo in giapponese implica una certa dose di impegno, che non va molto d’accordo con l’idea della pausa, e quindi mi rivolgo spesso e volentieri al mio computer. 



Quando abitavo in Italia non ci ho mai fatto tanto caso, ma esistono vari siti che permettono di vedere in streaming film e serie televisive in italiano. Ed io ne approfitto qualche volta, cercando di non scaricare niente (in questo caso, la velocità della connessione internet giapponese è di grande aiuto).
Quest’anno, devo dire che ne sto approfittando parecchio, e piano piano sto tornando in pari e guardando le serie che seguivo prima del mio trasferimento in Giappone, più qualche nuova entrata che mi ha attirata per i motivi più diversi. 


In ogni caso, non avrei mai pensato di trovarmi a parlare di una serie televisiva. E tantomeno avrei mai pensato di parlarvi di una serie televisiva che io conosco fin da quando ero piccola. 



Mia madre seguiva una serie tv che parlava delle avventure del capitano Poldark, un aristocratico della Cornovaglia dalle alterne fortune e dalla testa dura.
Ci trovavamo nei ruggenti (si fa per dire) anni ’70, con tutte le limitazioni che ne derivavano. 

La serie era girata quasi esclusivamente in interno, e anche a causa della nostra televisione in bianco e nero (con delle valvole, con delle grosse valvole che puntualmente andavano sostituite e costituivano uno dei passatempi più interessanti per noi bambini), risultava particolarmente lenta e pesante.

La differenza di altezza fra i due protagonisti principali, tra l’altro, li rendeva decisamente poco credibili come coppia.
Devo aggiungere altro?


Ecco qual’era il mio giudizio su questa serie, quando l’ho ritrovata, in una versione recente, fra le offerte in streaming. 
Quindi perché mai avrei dovuto ricominciare a seguirla?
Il momento settimanale con le avventure del capitano Poldark mi faceva venire il latte alle ginocchia ogni volta (a dirla tutta, quella serie si animava soltanto quando c’erano dei crolli in miniera, e magari uno dei protagonisti restava coinvolto).



Torniamo ai giorni nostri.


Prima di tutto, la fotografia, e i pochi fotogrammi mostravano un sacco di inquadrature in esterno.
I protagonisti erano giovani, con poca differenza di età, e l’azione non mancava.
Quindi, ad un primo impatto, il mio interesse era già cambiato.
Poi c’era una grande curiosità, quella di vedere il protagonista della storia alle prese con tutti i vari momenti salienti: come se la sarebbe cavata? Sarebbe riuscito ad essere convincente? 

E così ho iniziato a vedere la prima serie… 



La storia parla di un militare, il capitano Ross Poldark, che torna in Cornovaglia alla fine della guerra a cui ha partecipato in America.
Ci troviamo nel periodo di transizione tra la fine del 1700 e gli inizi del 1800. Ha una ferita sul volto, e lo attendono una serie di scoperte poco incoraggianti: suo padre è morto, e la loro miniera – fonte di sostentamento per la famiglia e i vari operai impiegati – è chiusa.
Quindi, a parte l’aristocratico lignaggio, non gli rimane più nulla. 

Le cose peggiorano ulteriormente, perché la ragazza a cui si era legato, Elizabeth, si è fidanzata con suo cugino Francis.
A completare il quadro c’è il classico rivale (o antagonista), George Warleggan che sta cominciando la sua scalata all’alta società locale, grazie al potere della sua famiglia di banchieri: George non è nobile, e sembra animato dall’intenzione di dimostrare a chiunque la sua superiorità.
E ancora, sembra intenzionato a dimostrare il suo primato, o – se vogliamo – annientare il suo antagonista, Ross Poldark.



Dopo questa introduzione, da perfetto “polpettone” in costume, immagino che molti di voi staranno annotando il nome della serie fra quelle da evitare nella maniera più assoluta. 

E invece sbagliate: esistono vari momenti drammatici, ma la storia è veloce e ben strutturata.
Il carattere (forse dovrei dire “caratteraccio”) del protagonista è tratteggiato con precisione, e i vari personaggi che entrano nella storia brillano di luce propria. 


Il nostro protagonista sembra sempre in movimento, sembra quasi voler compensare la delusione che ha subito nel momento del ritorno a casa con una necessità spasmodica di mettersi nei guai. 



A questo punto, credo che sia meglio fermarsi. 
Spero di aver solleticato la vostra curiosità, e vi invito a reperire le puntate della serie per poter giudicare coi vostri occhi!





(Daniela Giappone)